NON ESISTE META TROPPO DISTANTE PER CHI MUOVE LENTAMENTE (JEAN DE LA BRUYÈRE)

La storia del turismo in Italia inizia con il Grand Tour dei poeti e dei letterati europei che venivano a scoprire gli imponenti monumenti della storia, per diventare classe dirigente europea frequentando la classicità e le memorie dell’epoca in cui Roma era “caput mundi”. Viaggiare attraverso l’Italia si è sempre tradotto in una ricerca di connessioni con l’arte e la cultura stratificata nei millenni: un lembo di terra proteso nel Mediterraneo, crocevia senza paragoni di tutte le culture.

Sebbene il fascino dei luoghi rimanga “ad aeterna gloria”, lo sguardo, le aspettative, le attitudini e i comportamenti dei residenti e dei visitatori del “Bel Paese” sono profondamente cambiati. E ciò rende necessario motivare diversamente la mobilità nelle nostre città, promuovendo soluzioni che consentano di vivere l’esperienza dei viaggiatori e degli esploratori, per coltivare lo stupore e il senso di meraviglia, ma anche la convivialità e lo stile di accoglienza che soltanto qui è ancora possibile ritrovare.

Monopattini elettrici

GLI EFFETTI DELLA MOBILITÀ DOLCE

Nessuno nega che la velocità di un mezzo di trasporto motorizzato sia stato un momento liberatorio ed esaltante, rispetto ai piedi e al cavallo che per millenni avevano costretto gli uomini a spostamenti lenti, scomodi e faticosi. Ma è stato sufficiente un secolo per misurarne gli effetti devastanti: guerre, incidenti, inquinamento e persino alienazione: salire ogni giorno su un’auto – spesso isolandoci in una capsula tecnologica e asettica – sopprime il concetto stesso di viaggio, che non esiste più in termini di esperienza, conoscenza, incontro inatteso e casuale, stupore, meraviglia, ammirazione…

Così accade nelle nostre città, dove ogni giorno chi si sposta per recarsi a scuola, all’università o al lavoro corre trafelato su treni, bus o in auto, con l’urgenza di risparmiare tempo, ignorando ogni dettaglio intermedio: i centri urbani di maggiore dimensione diventano nodi di questo formicolio incessante, che non consente più di vedere quanto siano diventate orribili le periferie e – insieme ad esse – le condizioni di vita di larga parte della nostra stessa comunità.

A volte, quando riusciamo a riconquistare un po’ di tempo e proviamo a percorrere le stesse distanze lentamente, a piedi o in bicicletta, ecco che improvvisamente ci si dischiudono paesaggi inediti, scorci inattesi, botteghe intriganti, dettagli architettonici o naturalistici. E torniamo ad incontrare le persone.

Allora il viaggio non è più un tempo morto, bensì un’esperienza attiva, che lascia qualcosa alla fine della giornata, non foss’altro per la percezione del fluire delle stagioni – luci, temperature, venti, piogge, nevi, colori del fogliame – che ci è negata nel bozzolo artificiale motorizzato. Questa è la mobilità dolce: la riconquista della dimensione umana.

Per promuoverla occorrono infrastrutture adatte e sicure, ampie vie pedonali e ciclabili, viali alberati, greenways ottenute dalla riqualificazione di vecchie ferrovie dismesse, argini e strade armoniosamente connesse a spazi verdi e corsi d’acqua, luoghi di sosta e di contemplazione, servizi igienici e chioschi di ristoro. Ciò apre lo scenario ad una notevole varietà di orientamenti, di indirizzi strategici e – soprattutto – richiede la modifica del quadro delle competenze necessarie a realizzare sistemi imperniati sulla centralità della persona, sull’accessibilità, sulle pratiche di consumo, sugli stili di vita, sulla velocità stessa dei nostri trasferimenti e dei nostri orizzonti, incidendo profondamente sul nostro modo di essere comunità.

I percorsi da disegnare per la mobilità umana sono costituiti da elevate componenti immateriali, ancora spesso ritenute marginali: paesaggi e comunità locali sono fattori disaggregati, considerati ancora infruttiferi, senza riguardo per usi, costumi, stili di vita, ambizioni e identità che tuttavia possono trovare nella mobilità uno straordinario collante, se pianificata e realizzata in modalità coerenti, oltre che compatibili: sottratta alla polverizzazione dettata da confini amministrativi o da eccessive dosi di campanilismo, può costituire lo strumento per connettere luoghi e situazioni, beni culturali e ambientali, monumenti e attrattori “minori”, attraverso nuovi modelli di fruizione e di partecipazione – nonché attività di animazione, laboratori, esperienze di visita, allestimenti temporanei – consentendo la rigenerazione delle periferie e delle aree periurbane, nonché la valorizzazione delle loro valenze peculiari e non delocalizzabili, anche in chiave di turismo sostenibile e responsabile.

I pilastri del Meeting