Antica Via Clodia

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    Antica Via Clodia

    La via Clodia fu una struttura strategica  per gli interessi e lo sviluppo dell’Etruria interna; essa serviva a rifornire di grano le città etrusche di Cerveteri, Veio e Roma. Vulci e le grandi città etrusche avevano interessi vitali favorevoli all’espansione di Roma e per questo non impedirono la caduta di Veio, insidiata da Roma, pur di mantenere stabili i rapporti  commerciali con questa città, non ancora egemone. Per un lungo periodo si creò una stabile alleanza fra la Lega etrusca e Roma, baluardo meridionale contro le città latine e greche (Siracusa) del meridione d’Italia.

    L’originaria strada etrusca percorreva da nord a sud il territorio tosco-laziale collegandolo con Roma: il tracciato si snodava nelle alture e nelle valli fluviali, non sempre praticabili a causa di frane ed alluvioni. In seguito alla diffusione dei veicoli a due ruote la strada, originariamente adatta solo a far passare dei muli, nel VII sec. viene completamente rifatta, attenuando le pendenze e smussando le tortuosità per rendere il percorso più facile al passaggio dei carri. In presenza di ostacoli naturali si procedeva a imponenti opere di sbancamento, ben visibili in quelle tagliate o cavoni che rappresentano le tracce più evidenti del percorso etrusco, spesso confuse con i profondi tagli  che i torrenti hanno aperto nel terreno tufaceo.

    La Via continuerà a svolgere un ruolo importante anche dopo la guerra fra Goti e Bizantini in Italia (535-553): il trattato di pace tra Bizantini e Longobardi del 605, segnando la linea di confine fra le due potenze, sancì la definitiva spartizione della regione in Tuscia Longobardorum a est e Tuscia Romanorum (cioè bizantina) a ovest; la via Clodia rappresenterà di fatto la linea di demarcazione fra i due territori, assumendo il ruolo di asse portante della dominazione longobarda per il collegamento fra Tuscania e il nord della penisola.

    Il lungo conflitto fra il papato e l’Impero si protrarrà fino alle soglie dell’VIII sec. quando si formerà l’entità del Patrimonio Beati Petri con la conseguente definizione amministrativa e fisica delle diocesi, la principale fra le quali fu la diocesi di Tuscania, la più antica e potente; essa vantava il suo primo vescovo già nell’anno 595, Viburno Episcopus Civitatis Tuscanensis. Ne emergerà, dopo un lungo intervallo di inerzia edilizia, una rinascita dei nuclei urbani ricostruiti sopra le rovine dei centri etrusco romani allineati lungo la via Clodia.

    Testimonia dell’importanza di questo collegamento fra l’Etruria e il nord dell’Europa il fatto che nell’anno 800 p.C. Carlo Magno percorse la Clodia per giungere a Roma in San Pietro dove venne incoronato Imperatore dal papa da Leone III. Carlo Magno scese a Roma probabilmente percorrendo la via Cassia fino a Siena e raggiungendo la Clodia a sud di Saturnia. La notizia è riportata nel “Liber Pontificalis“: Carlo Magno e Leone III si incontrarono in “loco qui vocatus Nobas“; altri riportano che Leone III spedì i suoi messi incontro a Carlo Magno; questi giunsero al trentesimo miglio circa ove era la stazione “ad novas” ed “ivi lo attesero”. Il luogo fu individuato a 1 km circa da Trevignano, su un diverticolo tra la Clodia e la Cassia: si suppone che Carlo Magno sia sceso per la via Clodia, utilizzando questo diverticolo di collegamento, dato che la strada era impraticabile all’altezza di Bracciano.

    Sottolinea Cesare Brandi come le due grandi cattedrali di Tuscania innovano il linguaggio architettonico italiano proprio grazie alla penetrazione, anche culturale, che la via Clodia favorì nell’Alto Medioevo: nelle grandi cattedrali di Tuscania sono evidenti le assonanze sia con le civiltà settentrionali, sia con quella islamica; artigiani, scalpellini, muratori arrivarono a Tuscania percorrendo la via Clodia provenienti dalla Francia, dalla valle del Reno, dalla Sicilia; il linguaggio architettonico, impostato sul repertorio costruttivo delle basiliche romane, si contamina con la maniera lombarda e comacina, con la cultura di Cluny e con quella islamica.

    Dai rilievi di M. Salvatori emerge che la cripta di San Pietro a Norchia ha caratteristiche simili a molte cripte di chiese e cattedrali del XI – XII secolo situate nell’Etruria meridionale, a testimoniare come – in epoca Alto Medioevale – il tracciato della via Clodia fosse un vero e proprio corridoio, assumendo un ruolo di primaria importanza nei collegamenti fra il nord e il sud della Penisola.

    Grazie al Catasto Leopoldino del 1823 è ancora possibile verificare la permanenza di una rete di antiche strade che incrociavano la via Clodia. Dal racconto del viaggiatore inglese George DennisCittà e necropoli d’Etruria, sappiamo che egli percorse queste strade in un ambiente ancora non alterato dall’avvento della modernità: il suo testo rimarrà a lungo fondamentale per la conoscenza sulla civiltà etrusca. Le strade sono ancora oggi in parte quelle che i romani avevano ereditato dagli etruschi, rettificando e lastricando antichi tracciati che i primi padroni di quelle terre avevano realizzato in terra battuta e avevano permesso la sopravvivenza di un economia minima legata ai tempi del latifondo e della transumanza.


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