Urban Experience è un ambito di progettazione culturale per giocare le città attraverso le pratiche creative del performing media: una condizione abilitante perché la creatività sociale delle reti possa reinventare spazio pubblico tra web e territorio.
Gli ambiti su cui opera vanno dall’urbanistica partecipativa all’educazione ambientale, dal turismo esperienziale alla gestione creativa dei conflitti, dalla cittadinanza educativa per “l’apprendimento dappertutto” e la resilienza urbana alla nuova spettacolarità interattiva e mobile degli happening crossmediali..

Walkabout, performing media storytelling, geoblog e altre attività di innovazione sociale in vari format che si muovono nella città a attraverso la città. lentamente.

Azioni che Urban Experience fa “con i piedi per terra e la testa nel cloud” attraverso i walkabout, conversazioni nomadi ed esplorazioni urbane basate sull’uso di sistemi whisper-radio e smartphone per “scrivere storie nelle geografie” attraverso instant blogging e geoferenziazioni (geoblog è un concetto-format coniato per le Olimpiadi di Torino 2006), elementi diversi che convergono in ciò che viene definito il performingmedia-storytelling: in cui la narrazione di un territorio s’innerva con l’azione.

Walkabout, esplorazioni partecipate

Viaggiamo dentro noi stessi quando ci ritroviamo in luoghi che ci ricordano cosa cerchiamo.

Walkabout significa “cammina in giro e a tema”: è un format di performing media in cui conversazioni peripatetiche si combinano con trasmissioni radiofoniche nomadi, per un’esplorazione partecipata.

Una suggestione di fondo è in quella parola inglese che rimanda al viaggio rituale che gli australiani aborigeni intraprendono attraversando a piedi le distese dell’outback, le aree interne più remote che si estendono in quelle semi-desertiche del bush. Il termine fu coniato dai proprietari terrieri bianchi australiani per riferirsi agli Aborigeni che sparivano dalle loro proprietà, e dei quali si diceva “gone walkabout” (andato in walkabout). Quando fu rilanciato da Bruce Chatwin in “La via dei canti” quella parola impattò in modo straordinario, innestandosi sulla sensibilità psicogeografica situazionista già messa in campo, nel Movimento del 1977 a Roma, con gli indiani metropolitani.

Urban Experience

Urban Experience gioca con questa definizione associandola a “talkabout” (parlare di…), rilanciando così le esplorazioni urbane che coniugano cose semplici come passeggiate e conversazioni con le complessità inedite del Performing Media-storytelling in cui la narrazione partecipata è inscritta nell’azione “aumentata” dall’uso dei media: radio e web.
Queste conversazioni nomadi caratterizzate dall’ausilio di smartphone e cuffie collegate ad una radioricevente (whisper radio) permettono di ascoltare le voci dei walking-talking heads e repertori audio predisposti, in un flusso radiofonico che viene, spesso, trasmesso in streaming via webradio e georeferenziato. Questa soluzione permette di scrivere (oralmente) storie nelle geografie dei luoghi che attraversiamo, lasciando una scia dei percorsi con i podcast audio, tratti dallo streaming, dando luogo a un geoblog parlante.

Il walkabout è concepito come una “palestra di cittadinanza attiva” in cui si conversa “di fianco” mentre ci si guarda intorno, “apprendendo dappertutto” per attivare dei laboratori dello sguardo partecipato (in particolari contesti pedagogici rivolti a tutte le fasce scolari, a proposito dell’Apprendimento Dappertutto), esplorazioni psicogeografiche ed esercizi di intelligenza connettiva.
Protagonisti dell’azione ludico-partecipativa sono gli spettatori-cittadini attivi che si mettono in gioco attraversando uno spazio urbano o qualsiasi altro territorio da esplorare passeggiando ma anche di contesti espositivi, superando la didattica statica delle visite guidate.

Una strategia dei walkabout è quella di attivare “palestre dello sguardo partecipato”, per cogliere i dettagli dell’ambiente che si attraversa e interpretarli, per input di pensiero laterale, lungo la conversazione peripatetica.
Un approccio che trova un background nello sguardo poetico del flaneur, nella psicogeografia situazionista, nei blitz erranti degli indiani metropolitani durante il Movimento del 1977, in alcune performance degli anni Ottanta (come quelle del gruppo L’Avventura a Volterra nel 1981, con gli “stalker” di Grotowsky con cui si partecipò all’avvio de Il Porto sulle “derive dello sguardo”; quelle prodotte per Audiobox-RadioRAI e quelle della Koinè , in particolare a Narni dove con Silvio Panini si progettò, nel 1988, un happening radio) che si misuravano con l’idea ancora insorgente di performing media, partendo però dalle condizioni originarie del teatro, al di qua della rappresentazione, centrando le matrici sensoriali, tesi all’alterità percettiva.

Tutto ciò si evolve nelle smartmob teorizzate da Rheingold, quelle che oggi, in troppi, banalmente, chiamano “flashmob” ed oggi tende, sempre più, ad emanciparsi dalle intuizioni dell’avanguardia per esprimere format resilienti d’innovazione sociale.

Il principio d’efficacia del walkabout è nell’ibridazione di modalità diverse, dalla semplice passeggiata alla trasmissione radiofonica nomade, ma si catalizza nella rivelazione del conversare “di fianco” rispetto al solito parlare “di fronte” dove ci si rappresenta, sfidando lo sguardo frontale e le tonalità sovraesposte e ridondanti.

Si condivide un cammino e il parlare trova un suo andamento, sollecitando partecipazione e sottraendo rappresentazione.


+INFO: visita il sito di Urban Experience

 

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